Questo è solo un assaggio di quello che è stata capace di fare la nuova band di Thom Yorke, al suo esordio due sere fa all’Echoplex di Los Angeles. Un gruppo messo in piedi per divertirsi, a detta dello stesso Thom. Ma il risultato è davvero sorprendente, al di là delle più rosee aspettative. E il frontman dei Radiohead è apparso in forma come non mai.
I cinque – che oltre al folletto di Oxford sono il fido Nigel Godrich, Joey Waronker, Mauro Refosco e il bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea – hanno arrangiato i pezzi di The Eraser come meglio non si poteva, trasformando i beat elettronici del disco in musica in carne e ossa. Non è mancato neanche il nuovo singolo Feeling pulled apart by horses.
Flea sembra davvero a suo agio al fianco di Thom, i due sembrano abituati a condividere il palco da anni. La band ha riservato anche diverse sorprese, tra cui qualche brano inedito come l’ottima Judge, jury and executioner. Peccato che l’esperimento duri solo tre date. A meno che Yorke non ci ripensi e trasformi questa bella scampagnata in qualcosa di più serio.
Gli Oasis ormai appartengono al passato, su questo ci sono pochi dubbi. Noel Gallagher ha lasciato la band il 29 agosto scorso, dopo il litigio con il fratello prima del concerto di Parigi al Rock en Seine. E con il passare dei giorni sembra sempre più difficile che possa ripensarci.
Ora il futuro è incerto: c’è la possibilità che Liam porti avanti la band anche senza il fratello, come ha accennato Tom Meighan dei Kasabian. E naturalmente sono ricominciate le solite voci sul disco solista di Noel, più volte annunciato e mai realizzato. A questo punto però le premesse ci sarebbero tutte. E non è escluso che “The Chief” sia già al lavoro sul progetto.
L’ALBUM - «Sto continuando ad accumulare sempre più canzoni. Ma non mi sembrano adatte al sound degli Oasis, potrei metterle nel disco solista al quale sto lavorando». Sono parole di Noel, e risalgono all’aprile del 2007 in un’intervista con il magazine Nme, ma potrebbe averle dette ieri. E quale direzione potrebbe prendere il progetto? Molti osservatori vedono in Gallagher il futuro Paul Weller, ma forse è un paragone che non calza. Il Modfather l’esperienza con i Jam e gli Style Council ha dato alla sua carriera una decisa svolta revival.
Noel Gallagher, quando è uscito dal circuito Oasis, ha sempre scelto la strada della sperimentazione. Basta pensare ai flirt con la scena elettronica inglese di fine anni ’90: Chemical Brothers, Goldie e Prodigy, giusto per citare qualche nome. Senza scordare il contributo alla colonna sonora del film X-Files. Anche negli ultimi anni il più maturo dei Gallagher ha dato segnali simili, affidando un remix del singolo Falling Down agli Amorphous Androgynous, il collettivo elettronico al tempo noto come The future sound of London.
Che sia questo dunque lo stile del suo disco solista? Può darsi, ma non è escluso che Noel decida invece di dare ampio sfogo alla sua vena semi-acustica più volte emersa anche con gli Oasis, come nel tour promozionale di Stop the Clocks. Due soluzioni molto diverse, ma molto affascinanti per diverse ragioni.
LE CANZONI - Non si sa ancora quali pezzi potrebbero esserci nell’album, ma si può fare qualche ipotesi. Ci sono diverse unreleased davvero interessanti negli archivi di Noel. Anzitutto la famosa Stop the Clocks, che il musicista di Manchester ha più volte definito «la miglior canzone che abbia mai scritto». Da quello che si sente nel demo uscito dalle registrazioni di Don’t believe the truth non sembra, anche se il pezzo ha buone potenzialità. Sempre da quella sessione è uscita invece Record Machine, che già così sembra grandiosa e che sarebbe un delitto non pubblicare. E che dire della vecchia Revolution song, scartata da Standing on the shoulder of giants? E del misterioso brano apparso nel documentario Lord don’t slow me down?
E poi ci sono i tre pezzi provati nei soundcheck del tour dell’estate scorsa: una è senza titolo, le altre due sono state provvisoriamente battezzate If I had a gun e Everybody’s on the run. Anche queste sembrano promettere bene. Insomma il materiale per un bel disco ci sarebbe. Chissà se vedrà mai la luce.
Cos’hanno in mente i Radiohead? Sono in molti a chiederselo, soprattutto tra i fan del gruppo. Prima le dichiarazioni di Thom Yorke al magazine The Believer, con le quali ha annunciato di non voler più fare album ma solo Ep o singoli digitali.
«Nessuno di noi – ha dichiarato Yorke – ha intenzione di ributtarsi nello stress creativo che richiede la registrazione di un intero album in studio. Ci ucciderebbe». Persino Phil Selway, il batterista del gruppo, sta registrando un disco solista.
Adesso è arrivata un’altra notizia: Thom Yorke ha fondato una nuova band assieme a Flea dei Red Hot Chili Peppers e al fidato Nigel Godrich. «Nelle ultime settimane ho messo insieme una band, per divertirmi a suonare I pezzi di The Eraser. Vediamo se funzionerà». Il gruppo è anche pronto per paio di date a Los Angeles. Ma questo è comunque un diversivo, una parentesi giocosa che poco ha a che fare con i Radiohead.
Fine degli album, dunque? Solo canzoni o Ep distribuiti online? Per ora pare di sì, anche se il gruppo di Oxford non è nuovo a clamorose autosmentite. Certo dopo In Rainbows il dado è tratto, la sfida alle major del disco è iniziata. E tornare indietro forse non è più possibile.
Si chiama «The Claw», l’artiglio. È alto 50 metri e largo 58. Ed è il palco su cui saliranno gli U2 stasera e domani, per la tappa milanese del loro «360° Tour». L’unica in Italia. Appuntamento allo stadio di San Siro, ore 19.30. A fare da gruppo spalla ci saranno gli scozzesi Snow Patrol.
IL PALCO- Chi è stato alla prima data a Barcellona, giura di non aver mai visto niente di simile. La struttura ha quattro gigantesche «zampe», sulle quali ci sono i diffusori audio. Al centro una barra video che ospita video e luci. In basso il palco a forma di cerchio dove suonerà il gruppo. È una struttura quasi fantascientifica, forse la più grande e ambiziosa mai concepita da un gruppo rock. Perfino più di quella utilizzata dai Rolling Stones per il loro «A Bigger Bang Tour». Per prepararlo i tecnici sono al lavoro a San Siro già da una settimana.
QUASI SOLD-OUT- Per Bono e soci questa è la quarta volta a Milano in 24 anni. Le due date di San Siro hanno fatto il tutto esaurito già da subito, e nei due giorni si prevede un’affluenza di oltre 150.000 persone. Ticket One però nei giorni scorsi ha rimesso in circolo alcuni biglietti. E se ne può trovare ancora qualcuno, a partire da 74 euro. La scaletta, stando ai brani suonati a Barcellona, dovrebbe prevedere diversi pezzi dall’ultimo album «No line on the horizon». Ma non mancheranno classici come «With or Without», «One»e «Sunday Bloody Sunday». Previsti anche video e spezzoni audio in omaggio a Michael Jackson. Insomma un grande spettacolo, anche al di là della musica.
Tecnici al lavoro su The Claw a San Siro
POLEMICHE SUL RUMORE- Risolta nel frattempo la questione dei decibel. L’ordinanza presentata ieri dall’Assessore Giovanni Terzi al Comune di Milano, in cui veniva richiesto di alzare il limite da 78 a 80, verrà firmata oggi dal sindaco Letizia Moratti e dal prefetto Gian Valerio Lombardi. Il motivo? Questioni di ordine pubblico, fa sapere il sindaco. Si teme infatti la reazione di 150mila fan, che già nei giorni scorsi si erano lamentati.
TRASPORTI EXTRA- In occasione del concerto l’ATM prolungherà il servizio. A partire dalla M1. Sei treni aggiuntivi si inseriranno nella programmazione dopo l’ultimo treno ordinario ed effettueranno la tratta Lotto-Gorla. L’ultima partenza da Lotto in direzione Gorla è quindi prevista per l’ 1.10. Aumentano anche le corse in superficie sulle linee 16 e 12. Inoltre sei navette effettueranno il servizio tra via Bisceglie, l’ospedale San Carlo e lo stadio dalle 17 alle 21 per l’afflusso e otto bus dalle 23,30 all’1,30 per l’uscita dal concerto. Nelle stesse fasce orarie rispettivamente 9 e 15 bus tra via Molino Dorino, piazza San Leonardo e lo stadio.
C’era una volta la Madchester,quel movimento musicale nato a Manchester in grado di fondere rock, pop e musica house. Era la fine degli anni ’80. Un periodo d’oro per la città più industriale d’Inghilterra, che ha influenzato decine di gruppi inglesi. Fino ad arrivare ai giorni nostri. Fino ad arrivare ai Kasabian.
Se c’è infatti qualcuno che deve moltissimo alla Manchester degli Stone Roses e degli Happy Mondays, quello è sicuramente il gruppo di Tom Meigham e Serge Pizzorno.
West Rider Pauper Lunatic Asylum è il loro terzo album e arriva a tre anni da Empire. E conferma che ormai i Kasabian hanno un’identità ben precisa.
La ricetta sonora “madchesteriana” è più o meno sempre la stessa: canzoni rock orecchiabili arricchite da beat elettronici mai troppo invadenti. Anche se stavolta la ricerca di suoni più vintage è evidente, sin dalla copertina che cita Their Satanic Majesty dei Rolling Stones.
Ci sono più chitarre acustiche, e soprattutto diversi fiati e parti orchestrali. Come nella doorsiana West Rider Silver Bullet - che vede il contributo dell’attrice Rosario Dawson – e nell’ottima Secret Alphabets. Non mancano le classiche cavalcate alla Kasabian, come Underdog e Vlad the Impaler, uno dei pezzi migliori del disco. E c’è anche qualche passaggio a vuoto, come la scialba Thick as Thieves.
Un disco che dimostra quanto i Kasabian ci sappiano fare, anche se finora non hanno ancora fatto il vero salto di qualità. E per sapere se ci sarà in futuro non ci resta che aspettare.
Prima delle camicie nere e dei Patti Lateranensi. Prima della Libia e di Rachele Guidi (Michela Cescon), fu Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno). Passionale, forte, bellissima. Ma soprattutto guerriera. Amante di un Mussolini (Filippo Timi) socialista, blasfemo e con una folta chioma corvina, supportò ogni suo progetto.
Finanziò la nascita de «Il Popolo d’Italia» rinunciando a tutto, dalla casa al lavoro. Fino all’annullamento. Sepolta viva e incinta dall’ideologia neo fascista che voleva le donne semplici, ignoranti e contadine. Così Benito sposò Rachele e cancellò Ida. Che però non depose mai le armi. Testarda Penelope di un amore senza speranza.
«Un melodramma futurista». Così Bellocchio definisce il suo film. Una pellicola stilisticamente divisa in due parti con volontà registica evidente.
La città vera protagonista della prima ora, riconoscibile nei suoi scorci e baluardo di progresso. Una Milano immersa nel fumo e nella nebbia, ma illuminata dalla luce della modernità. Scritte di “Marinettiana” memoria bombardano lo schermo, in previsione di una guerra che sta per scoppiare.
La seconda parte è cupa. I toni diventano crepuscolari per testimoniare il tramonto di una passione. La città viene sostituita da una campagna verde ma (intellettualmente) sterile. Quando subentra la follia, vera o presunta, la pellicola rallenta. Per scandire allo spettatore l’inesorabile ingiustizia a cui sta assistendo.
Bravi gli attori, a partire da Filippo Timi. Che porta sullo schermo un Duce teatrale e verosimile – grazie anche all’impressionante somiglianza fisica. Attore della storia, Mussolini comprende l’importanza mass mediatica del cinema. E il regista glielo riconosce: ad ogni passaggio temporale corrisponde la proiezione di un film. Dal cinegiornale a Chaplin. Come a sottolineare l’importanza della recitazione in un periodo in cui era l’unica cosa da fare.
Michael Haneke è sempre stato un regista molto ambizioso. Pochi sono riusciti a raccontare come lui la natura violenta dell’essere umano. E stavolta il maestro austriaco ha alzato ancora di più il tiro. Perché Il Nastro Bianco non è solo un film bellissimo, ma è anche la sintesi perfetta della sua idea di cinema.
Siamo negli anni tra il 1913 e il 1914. In un piccolo paese del nord della Germania la vita scorre monotona. Almeno fino a quando accade un fatto inspiegabile: un medico si frattura una spalla dopo una caduta da cavallo dovuta a un filo invisibile teso sul suo percorso. Ed è solo il primo di una serie di strani incidenti che sconvolgeranno la vita della piccola comunità. A raccontarci la storia, spesso attraverso una voce fuori campo, è Jacobi, che all’epoca dei fatti faceva il maestro nel paese.
Sull’apparente semplicità di questa trama però Haneke è bravo a costruire un film algido, complesso, girato in un bianco e nero impeccabile. Quello che all’inizio sembrava un tranquillo paesino di campagna diventa così un luogo sinistro, degno di un film horror. Dove le persone diventano quasi dei fantasmi, divorati da sospetti e gelosie reciproche.
Piano piano si creano fratture e contrasti, la comunità si sfalda. Gli adulti si scoprono ipocriti e meschini. I bambini non sono altro che dei piccoli diavoli, inquietanti e misteriosi custodi dei misteri del paese. E se nel mondo esterno, per le strade innevate di questa Germania rurale regna il mistero, dentro le case troviamo invece tutta la repressione e l’ipocrisia tipiche della società patriarcale.
Non stupisce che la giuria del Festival di Cannes abbia dato a Il Nastro Bianco la Palma d’Oro. Haneke se l’è meritata per come ha saputo creare questo affresco così freddo, ma al tempo stesso così angosciante. Perché ha voluto mostrarci dove nasce il Male, non necessariamente quello nazista che molti critici hanno segnalato. Ma anzi ha voluto andare oltre, verso un qualcosa che è arrivato fino ai tempi nostri. E con il quale purtroppo dobbiamo convivere ogni giorno.
A Cannes lo hanno fischiato. Qualcuno ha gridato al capolavoro. Se c’è una cosa sicura riguardo ad Antichrist, il nuovo discusso film di Lars von Trier, è che farà molto parlare di sé. Nel bene e nel male.
Stavolta il regista danese ha voluto davvero forzare la mano, sbattendo in faccia agli spettatori un’ora e quaranta di paranoia, violenza e tanto nonsense gratuito. Forse troppo.
Antichrist racconta la storia di un uomo e una donna, interpretati da Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, che un giorno sono talmente presi dal loro amplesso da non accorgersi che il figlio è uscito dalla culla e si è buttato dalla finestra. Un dramma difficile da superare, soprattutto per la madre. Fortuna (?) che lui sia uno psicanalista e decida di aiutarla ad elaborare il lutto.
La coppia- a cui von Trier ha deciso di non dare alcun nome- si trasferisce in una casa di campagna a Eden, luogo dal nome che più adamitico non si può. Peccato che lì le cose pian piano comincino a degenerare sempre di più.
Non vogliamo svelare troppo della trama. Ma il film, che all’inizio ha un’atmosfera quantomeno intrigante, si perde in una spirale di violenza e paranoia davvero eccessiva. Oltretutto mancando di ritmo e originalità. I dialoghi- penalizzati da un doppiaggio italiano davvero scadente- non pungono quasi mai. Alcune parti della sceneggiatura sono violente in modo così gratuito da diventare involontariamente comiche.
L’unica parte davvero da ricordare è il prologo: la scena che descrive la morte del figlio è molto toccante, anche grazie alla splendida versione dell’aria Lascia ch’io pianga di Rinaldo de Heandel che la accompagna. Come sempre il regista danese riduce la scenografia all’osso e rinuncia a qualsiasi effetto speciale, come caro ai canoni del rimpianto «Dogma 95».
L’esercito dei detrattori di Lars Von Trier è sempre stato assai nutrito. Il fatto è che se Dogville era un film in grado di metterli quantomeno in difficoltà, questo Antichrist sembra il modo migliore per prestargli il fianco.
Questo Blog è curato da Giovanni Ansaldo, giornalista praticante che frequenta il Master in Giornalismo dell’Università Statale di Milano. MusiKarma è soprattutto un blog di musica, che ospita recensioni e curiosità. Ma non solo. Il sito si occupa anche di cultura, cinema, società.